Visione

Dopo quasi trent’anni nel mondo della moda, la mia ricerca continua a muoversi intorno a questo principio:

“mettere in discussione ciò che è convenzionale”

Sperimentando senza smettere di imparare e spingere ogni lavorazione fino a scoprire ciò che ancora non conosco.

La creatività, per me, non è soltanto una questione estetica. È un istinto, una necessità, un modo di guardare la realtà e di intervenire su di essa.Oggi, dopo tanti anni di lavoro, sento di essere diventato più selettivo, ma non meno curioso.
Continuo a studiare..a sperimentare, cercare nuove possibilità, consapevole che in questo settore la conoscenza non si esaurisce mai.

Il mio processo creativo comincia quasi sempre dall’osservazione.

Che io parta da zero, con tessuti, forbici e macchina da cucire, oppure lavorare su uncapo già esistente. In entrambi i casi, non ho necessariamente un risultato prestabilito in mente.

A volte trascorro ore e ore a guardare, studiare, aspettare.
Da fuori potrebbe sembrare che non stia facendo nulla, ma è proprio in quel momento che cerco di comprendere quale direzione seguire.
Quando arriva l’intuizione, comincio a lavorare e lascio che il processo si sviluppi attraverso l’istinto e il confronto con la materia.

Mi interessa vedere fin dove posso spingermi. Decostruire, ricomporre, sovrapporre, trasformare. Portare un capo oltre la sua forma abituale, fino a renderlo qualcosa di diverso da ciò che era all’inizio.
Per questo considero ogni creazione un esperimento. Non mi interessa semplicemente realizzare un abito, un capo, ma esplorare ciò che può diventare quando viene sottratto alle convenzioni e reinterpretato attraverso una visione personale.
È in questo spazio che, per me, arte e moda si incontrano.

L’imperfezione è uno dei principi fondamentali del mio lavoro.
Non la intendo come un difetto da esibire, né come un effetto estetico da applicare indistintamente a ogni capo.
Mi interessa capire come un’irregolarità, una superficie trasformata o un semplice errore di lavorazione possano diventare elementi di bellezza, eleganza e valore.

Ma attenzione, non tutto ciò che è imperfetto è necessariamente bello. Occorre saper distinguere, intervenire e comprendere quando una particolarità può diventare un pregio e quando, invece, compromette il risultato.

Ed é qui che entrano in gioco l’esperienza, la sensibilità e la conoscenza tecnica.

Se dovessi riassumere il mio pensiero in una frase, direi questo:

“L’imperfezione è pura autenticità”
Credo che la bellezza possa nascere proprio da ciò che si allontana dalla regolarità convenzionale.

Puó nascere dal disordine, un disordine da cui non bisogna prendere le distanze. Anzi é uno spazio che mi interessa esplorare, perché può aprire prospettive diverse e suggerire possibilità che un approccio troppo controllato rischia di escludere.

La mia ricerca consiste nel riconoscere quelle possibilità e trasformarle in qualcosa di coerente, prezioso, autentico e soprattutto unico.

Costruire un universo attraverso la moda.

Nel mio lavoro, i riferimenti culturali sono importanti quando riescono a diventare visione, costruzione e identità.

Una delle esperienze che ricordo con maggiore emozione è la mia seconda collezione Autunno/Inverno, presentata nello showroom di Milano e dedicata ai poeti maledetti.
Studiai a lungo i dettagli, i tessuti e le combinazioni. Il mondo di Baudelaire, di  Verlaine..e di tutto quel movimento letterario che diventò il punto di partenza per una collezione attraversata da suggestioni di eccesso, stravaganza e anticonformismo.

L’immaginario dell’assenzio, dell’alcol e delle droghe conviveva con il riferimento alla genialità artistica e letteraria di quei poeti. Volevo tradurre quel mondo in una proposta concreta, attraverso denim cimosati, damascati..broccati, e tussuti lampassi pregiati..
Cappotti..giacche doppiopetto e camicie di ispirazione ottocentesca.
Quando vidi tutti quei capi realizzati, con quei tessuti, con quei materiali personalizzati, mi commossi fino alle lacrime.
Dopo tanti anni di lavoro, vedere un’intera collezione prendere forma in modo così coerente fu un traguardo importante. In quel momento potevo osservare qualcosa che fino ad allora era esistito nella mia mente..attraverso studio, intuizioni e lavoro:

"La tecnica come condizione di libertà"

La creatività non può essere separata dalla conoscenza del mestiere.

Saper cucire, capire dove tagliare, sapere dove mettere le mani e perché si sta intervenendo in un determinato modo: sono competenze che si acquisiscono sul campo, nelle sartorie, attraverso l’esperienza e la pratica quotidiana.

L’intuizione può suggerire una direzione, ma è la conoscenza tecnica a permettermi di darle forma.

Per questo considero fondamentale mantenere un rapporto diretto con la produzione. Circa l’80% dei miei capi viene realizzato internamente. Alcune lavorazioni specifiche, come i ricami e gli interventi laser, vengono affidate all’esterno, mentre gran parte del processo rimane sotto il mio controllo diretto.
È una scelta che richiede molto tempo e un notevole impegno. Non delegare può essere faticoso..a volte persino logorante, ma mi permette di lavorare quando mi sento ispirato, di intervenire direttamente e di seguire il processo senza dipendere continuamente da altri.
Per me questa autonomia non ha prezzo.

Non è soltanto una questione organizzativa..è una condizione che mi consente di preservare la libertà creativa e di mantenere un rapporto concreto con ciò che realizzo.

"Dalla strada al mondo del lusso"

Non ho mai sentito la necessità di costruire il mio lavoro inseguendo una direzione imposta dal mercato.
Ho sempre preferito preservare la mia identità, anche quando questo ha significato rinunciare a opportunità che avrebbero potuto portare a un maggiore successo commerciale.
Mi è capitato di sentirmi proporre un’immagine più pulita, più monocromatica, meno forte. Ma la mia ricerca segue un’altra direzione, e non ho voluto sacrificare la mia creatività per rendere il prodotto più facilmente riconducibile a un’estetica convenzionale.
Non considero questa posizione una battaglia contro qualcuno. È semplicemente una scelta di coerenza.
Credo che un progetto debba avere il diritto di svilupparsi secondo la propria identità, anche quando questo comporta una selezione naturale del pubblico e una fascia di prezzo che non può essere accessibile a tutti.

La mia idea è portare una maison di strada nel mondo del lusso, non adattare semplicemente il linguaggio della strada alle convenzioni delle Boutique.
Per questo la distribuzione è attenta e selezionata. Tengo al rapporto con i clienti che hanno creduto nel progetto fin dall’inizio e considero importante preservare il valore delle creazioni attraverso una rete coerente con la loro identità.
E mai succederá che la crescita commerciale diventi un motivo per perdere ciò che rende il mio lavoro riconoscibile.

"Il valore del capo unico"

Quando una persona sceglie una mia creazione, vorrei che riconoscesse il valore di tutto ciò che esiste dietro il prodotto.
Ore di lavoro, cuciture, interventi manuali, studio dei materiali e decisioni che si accumulano durante il processo creativo. Ogni capo porta con sé il tempo e l’esperienza necessari per diventare ciò che è.
Utilizzo materiali di recupero insieme a materiali di alta qualità, perché mi interessa soprattutto ciò che posso ottenere attraverso la loro trasformazione. Un materiale già esistente può trovare una nuova identità quando viene sottratto alla sua funzione originaria e reinterpretato con una sensibilità diversa.

Il concetto di one-off esprime il mio desiderio di creare capi dotati di un’individualità precisa, in cui le lavorazioni e le scelte progettuali contribuiscano a un risultato riconoscibile e come detto UNICO.
Un mio capo non è soltanto un oggetto da indossare. È un’opera d’arte che prende forma attraverso il lavoro, il tempo e la ricerca.
Chi mi sceglie acquista appunto un’opera d’arte da indossare. Ma, soprattutto, sceglie un capo unico.
È questa individualità che voglio preservare, evitando che il prodotto venga ridotto a una semplice espressione di tendenza o a un oggetto facilmente intercambiabile.

Il rapporto con chi indossa le mie creazioni

Una delle cose che mi dà maggiore soddisfazione è vedere come cambia una persona quando indossa un mio capo.
Cambia l’espressione, cambia il portamento, cambia il modo in cui si presenta.
A volte la vedo diventare più orgogliosa, più sicura, più consapevole della propria presenza.
Ogni cliente soddisfatta rappresenta per me un’emozione.
Non c’è una persona più importante di un’altra: ognuna dà un significato diverso al mio lavoro.
Credo che l’abbigliamento possa essere molto più di una funzione estetica.
Può diventare uno strumento attraverso il quale esprimere una parte di sé, comunicare una sensibilità e riconoscersi in qualcosa che non segue necessariamente le aspettative degli altri.
"Non penso che le mie creazioni debbano piacere a tutti. Mi interessa che trovino le persone capaci di comprenderle e di sentirle proprie."

Chi le indossa deve sentirsi libero di esprimere la propria identità, non costretto ad aderire a un modello prestabilito.

Ora dopo quasi trent’anni, non sento di aver esaurito le possibilità della mia ricerca.
Anzi anche gli errori fanno parte del processo. A volte possono diventare occasioni per trovare una soluzione inattesa; altre volte devono essere corretti, perché non tutto ciò che è irregolare può essere trasformato in un pregio.

La differenza sta nella capacità di riconoscere quale strada seguire.

Non ho bisogno di sapere oggi dove mi porterà ogni intuizione futura. Per il momento, voglio continuare a perfezionare ciò che sto facendo.
E se, tra vent’anni, qualcuno osservando il lavoro di un designer riconoscerà in quelle forme qualcosa che io già realizzavo oggi, sarà una soddisfazione particolare.
Non perché avrò seguito una tendenza, ma perché avrò contribuito a costruire un linguaggio capace di attraversare il tempo.

Non cerco la perfezione. Cerco il valore che può nascere da ciò che rende ogni mia creazione diversa una dall'altra.